Cambogia – La morte del re comunista

Nelle memorie intitolate non a caso La mia guerra con la Cia, Norodom Sihanouk descriveva a pieno il tentativo di tenere la sua Cambogia neutrale negli anni della contrapposizione tra i blocchi, in una regione e in tempo in cui schierarsi era quasi un obbligo.

L’ex monarca cambogiano è morto a 90 anni lo scorso 15 ottobre per un attacco cardiaco a Pechino, città in cui ha trascorso lunghi periodi prima in esilio e poi per curare i malanni che lo affliggevano da anni.

"Il re comunista" lo definirebbe qualcuno, per la sua vicinanza alla Cina maoista e l’amicizia che negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso lo legò sia all’allora primo ministro cinese Zhou Enlai sia al leader nordcoreano Kim Il-sung. Ma nell’intento di tenere la Cambogia lontana dal conflitto vietnamita non mancò di tessere accordi anche con Washington.

La figura di Sihanouk è centrale nella storia della Cambogia che da colonia diventò una nazione indipendente. Educato in Francia e amante della bella vita, salì al trono nel 1941, appena diciottenne, per volere dell’ allora potenza coloniale francese alla ricerca di un sovrano fantoccio da poter comandare.

Il re portò tuttavia il Paese all’indipendenza nel 1953. Due anni dopo, pare sopraffatto dal peso di essere il sovrano, lasciò a favore del padre, Norodom Sumarait, dandosi però alla politica attiva e ricoprendo negli anni le cariche di primo ministro e di ministro degli Esteri.

Gli anni Cinquanta e Sessanta sono ricordati come l’epoca d’oro della Cambogia lanciata verso la modernità. Fallì tuttavia nell’obiettivo di tenere Phnom Penh fuori dalla Guerra Fredda, oscillando tra la vicinanza con la Cina prima e con Wahington poi e venendo risucchiato dalla guerra, con il Paese piegato dai bombardamenti statunitensi.

Costretto all’esilio dal colpo di Stato filo-statunitense del generale Lon Nol nel 1970, Norodom Sihanouk strinse una sciagurata alleanza con il movimento dei Khmer Rossi. Nei tre anni di regime instaurato da Pol Pot e compagni nel 1975, il re, tornato come capo di Stato, fu confinato nel suo palazzo.

Nel mentre il progetto di utopia agraria dei Khmer rossi si traduceva in almeno due milioni di morti per fame, violenze ed esecuzioni sommarie, contro i cui ideatori ancora va avanti tra mille difficoltà un processo sostenuto dalle Nazioni Unite che al momento ha visto un unico condannato e alla sbarra i leader ormai ottuagenari.

Il re riuscì a riparare nuovamente in esilio in Cina prima che i vietnamiti abbattessero il regime dei Khmer rossi, sprofondando il Paese in oltre un decennio di guerra civile. Tornò in patria nel 1991 a capo del governo ad interim sostenuto dall’Onu dopo la firma degli accordi di Pace.

Soltanto nel 1993 tornò trionfalmente sul trono che avrebbe lasciato undici anni dopo a favore del figlio, continuando però a svolgere un ruolo di mediazione tra le fazioni che animano la politica cambogiana.

[Scritto per il blog di Asia Files su Linkiesta; foto credit: ctvnews.ca]

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