Corea del Nord – La bufala dei 120 cani di Kim

La storia secondo la quale Kim Jong-un avrebbe dato in pasto ai cani lo zio “traditore”, è uscita su un media di Hong Kong, il Wen Wei Po – classificato al diciannovesimo posto, su 21, in una classifica sulla credibilità dei quotidiani dell’ex colonia – ed è stata ripresa da autorevoli giornali italiani (e da alcuni media internazionali, che hanno sollevato dubbi al riguardo, fin dai titoli).

La storia – infatti – è probabilmente falsa. Qualche giorno fa in rete è emersa una ricostruzione credibile del telefono senza fili che ha generato la bufala. L’11 dicembre sulla piattaforma di microblogging cinese Weibo l’autore satirico Pyongyang Choi Seongho – o chi per lui, precisa Trevor Powell sul suo blog – ha twittato una descrizione dell’esecuzione di Jang Song-taek, dato in pasto a 120 cani. Il giorno dopo il Wen Wei Po riprende il tweet inserendolo in un pezzo dettagliato sulla lotta per il potere all’interno del regime nordcoreano, dando inizio alla valanga: i media occidentali riprendono nuovamente la notizia, nata come battuta satirica, dandola come confermata da fonte stampa attendibile.

A cavallo dell’anno nuovo la descrizione cruenta dell’esecuzione raggiunge la stampa italiana, mentre all’estero si inizia già ad accorgersi che qualcosa, nel passaggio da Oriente a Occidente, era andato storto. Un’analisi piuttosto accurata, in inglese, la offre Max Fisher sul suo blog del Washington Post, mentre la Bbc è riuscita a contattare Choi Seongho, che ha negato di essere l’autore del tweet incriminato, denunciando l’account fake all’origine del malinteso internazionale.

L’ennesima notizia probabilmente falsa – che fa il paio, in tempi recenti, con l’esecuzione della ex ragazza di Kim Jong-un colpevole di essere una cantante e aver girato alcuni film porno poi diffusi in Cina– ci porta a riflettere ancora una volta sul problema di raccontare l’Asia in Italia.

Sulla Corea del Nord siamo ormai abituati a bufale o notizie strambe senza possibilità di conferme, perché del paese si sa poco. Ma in alcuni casi l’utilizzo del condizionale – anche nei titoli – sarebbe d’obbligo. Il discorso in generale riguarda l’abitudine a concepire l’Asia attraverso una “narrazione degli eccessi” che può essere acchiappaclic per una homepage, o “curiosa” sul quotidiano, ma che non rende giustizia a culture e processi storici che andrebbero affrontati in modo più profondo e complesso.

Perché in un’economia sempre più globalizzata, già ci toccano da vicino e ci riguarderanno sempre di più. E faremmo meglio a conoscerle, e comunicarle, in modo più rigoroso e serio.

[Pubblicato in versione ridotta sul manifesto; foto credit: patdollard.com]

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